Calciatori o studenti, le due carriere non possono coesistere?

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Calciatori o studenti, tra i dilettanti gli under sono spesso costretti a scegliere tra una delle due carriere. Ma davvero non c’è alternativa?

Calciatori o studenti, oggi gli under delle categorie dilettantistiche sono ancora costretti a scegliere tra le due carriere. Priorità all’università o al sogno di poter scalare i gradini del calcio? L’interrogativo ci è stato posto da un genitore, che ha scritto alla nostra redazione per evidenziare questa difficoltà. Un vero e proprio bivio, che potrebbe però trasformarsi in un percorso parallelo. Qui di seguito la lettera che abbiamo ricevuto.

Vorrei portare alla vostra attenzione una situazione che riguarda, probabilmente, molti giovani calciatori e che rischia di diventare un vero ostacolo proprio nel momento più importante della loro crescita sportiva. Parliamo dei ragazzi delle categorie Under, che oggi hanno 18-19 anni e che si trovano davanti a un bivio: continuare a credere nel proprio percorso calcistico oppure iniziare a costruire il proprio futuro attraverso gli studi universitari.

Ma perché queste due strade dovrebbero essere necessariamente incompatibili? Prendo come esempio una situazione concreta. Un ragazzo che ha sempre giocato a calcio, che si allena con costanza, che fa sacrifici e che continua a credere nella possibilità di crescere sportivamente, riesce finalmente ad essere ammesso all’università, scegliendo un corso impegnativo come Fisioterapia, con frequenza obbligatoria e tirocinio.

Perché rinunciare a una delle due strade?

Una scelta importante, seria, fatta con la consapevolezza che non tutti possono vivere di calcio e che è necessario costruirsi anche un futuro professionale. Ma proprio questa scelta rischia di mettere in discussione il suo percorso sportivo. Le lezioni universitarie possono occupare diversi pomeriggi durante la settimana, mentre gli allenamenti si svolgono negli stessi orari. A questo si aggiungono le partite, le trasferte e, successivamente, il tirocinio obbligatorio. E qui emerge il problema. In molti casi il calcio dilettantistico non viene considerato una motivazione sufficiente per ottenere flessibilità, giustificare le assenze o usufruire concretamente dello status di studente-atleta.

Così un ragazzo si trova davanti a una scelta assurda: rinunciare agli allenamenti per frequentare l’università oppure rinunciare, almeno in parte, al calcio per poter frequentare le lezioni. Ma stiamo parlando di ragazzi di 18 anni. Ragazzi che magari proprio in questi anni potrebbero avere l’occasione di emergere, di essere notati, di fare un salto di categoria, di capire fin dove possono arrivare. Il calcio giovanile non finisce a 18 anni. Anzi, per molti, è proprio tra i 18 e i 21 anni che si può determinare il futuro di un calciatore.

E allora mi chiedo: perché un ragazzo dovrebbe essere costretto a rinunciare a questa possibilità solo perché, contemporaneamente, ha scelto di studiare? Non si chiede un trattamento di favore. Non si chiede di regalare esami o di non rispettare gli obblighi universitari. Si chiede semplicemente di riconoscere che anche il calcio dilettantistico può richiedere impegno, sacrificio e organizzazione. E che per un giovane atleta conciliare studio e sport può essere estremamente difficile. 

Studenti o calciatori, le due carriere potrebbero non essere di ostacolo l’una all’altra

Forse servirebbe un dialogo maggiore tra università, Federazione, Leghe, società sportive e istituzioni, affinché vengano individuate soluzioni concrete per questi ragazzi. Flessibilità nella frequenza quando possibile, recuperi programmati, maggiore riconoscimento dell’attività agonistica, percorsi realmente accessibili per gli studenti-atleti.

Perché oggi rischiamo di dire ai nostri ragazzi: “Studia, perché il calcio non ti darà mai certezze”. E quando scelgono di studiare, paradossalmente diciamo loro: “Se vuoi studiare seriamente, devi rinunciare al calcio”. Ma perché deve essere così? Non tutti questi ragazzi diventeranno professionisti. Anzi, sappiamo benissimo che saranno pochissimi. Ma forse il punto è proprio questo: lasciamo che siano loro, insieme al campo, a decidere fin dove possono arrivare. Non togliamo loro la possibilità di provarci prima ancora che abbiano avuto l’opportunità di farlo.

Perché dietro un ragazzo che corre dietro a un pallone non c’è soltanto un calciatore. C’è uno studente, un futuro professionista, un figlio, un ragazzo con dei sogni e delle responsabilità. E forse il vero obiettivo dovrebbe essere permettergli di essere tutte queste cose insieme. Studiare e giocare non dovrebbero essere due alternative. Dovrebbero poter essere due strade che camminano nella stessa direzione.

Per questo credo che sarebbe importante che questa problematica arrivasse all’attenzione del mondo del calcio. Perché forse è arrivato il momento di chiederci non soltanto quanti giovani talenti perdiamo sui campi, ma anche quanti ne perdiamo perché non siamo riusciti a trovare il modo di far convivere il loro sogno con il loro futuro.

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