
L’ennesima estate calda per il calcio campano. Anche quest’anno tra Eccellenza e Promozione si profilano trasferimenti di titoli sportivi, avvicendamenti al vertice di società e nuove realtà sportive che, almeno in principio, sembrano avere programmi a lunga scadenza. Nei principali campionati regionali si è snodata parte dell’esperienza professionale di mister Ivan Faustino, con cui analizziamo proprio queste peculiarità negative del calcio campano.
Sentiamo spesso parlare di progetti, programmazione, basi solide, ma anche in questa estate ci sarà qualche tifoseria che dovrà rinunciare alla sua passione o società che avranno nuovi patron. Esisterà mai una ricetta per evitare situazioni di questo tipo?
«Cerco di fare sempre un paragone con il calcio ad alti livelli e anche lì spesso non si riesce a programmare, sia sul piano economico che tecnico. Purtroppo non ci si affida più alla competenza nei ruoli chiave, a partire dal direttore sportivo come si faceva un tempo. Si sente sempre parlare di progetto ma ad oggi è un concetto campato in aria. Dal punto di vista dei tifosi, credo che il calcio in tv e le scommesse abbiano un po’ schiacciato la passione. Nel calcio dilettantistico un ulteriore freno arriva proprio dallo sfacelo di alcune società che hanno un futuro incerto».
Negli ultimi anni, in Eccellenza e in Promozione, ci sono stati club che hanno impostato budget assolutamente fuori portata rispetto alla categoria. E tutto ciò ha forse anche condizionato in negativo il calciomercato, perché non tutti i presidenti possono permettersi spese folli per allestire una squadra. Inoltre, anche nella scorsa stagione ci sono state società che hanno alzato bandiera bianca con grande anticipo. La riduzione degli organici dei due campionati potrebbe rappresentare una prima soluzione che possa evitare esclusioni o squadre “materasso” che falsano la stagione?
«Il nuovo obbligo di presentare le liberatorie anche in Eccellenza può essere un deterrente per queste vicende. Avendo ben presente questa situazione, è più difficile che ci si imbarchi in avventure che poi hanno un triste epilogo come è già capitato. Ci sono state negli ultimi anni delle società che hanno impostato un budget anche superiore alla Serie D. Ma spesso, anche prima della fine del girone d’andata, quando l’obiettivo della vittoria del campionato si è allontanato, hanno ridimensionato i budget, andando a svilire ulteriormente la categoria. Un aspetto negativo è che calciatori di 25-26 anni scelgono di scendere di categoria per guadagni doppi o tripli. E sinceramente è anche deprimente vedere partite di Eccellenza che finiscono dopo un quarto d’ora o con risultati da tornei da bar. Si parla tanto di riduzione degli organici anche nelle categorie superiori, per le quali però ci sarebbe il discorso dei diritti tv. Ma secondo me l’esigenza è di far capire a chi vuole investire nel calcio che non sempre può esserci un ritorno economico e che bisogna fare tante valutazioni».
Da quest’anno torna il terzo under obbligatorio in Eccellenza. Al di là delle “imposizioni”, il ricorso ai giovani – anche quelli appena fuori dal range degli atleti in età di Lega – può rappresentare un modo per restituire equilibrio a questo mondo?
«Questa cosa ha svilito anche una categoria come la Serie D. Quando ho iniziato ad allenare, a inizio anni 2000 al fianco di Sasà Amato e del compianto Nino Musella, c’erano solo due under e c’era una grande qualità tra gli over. Col passare del tempo, con l’aumento degli obblighi under, gli over hanno cominciato a guadagnare di meno e si è ridotta gradualmente anche la qualità. Trovo quindi un po’ cervellotica questa scelta ma la quantità non ha mai prodotto qualità. Ancora sento parlare di obblighi vari ma le imposizioni non portano mai a nulla di buono. L’input va dato alle società, ai presidenti, ai quali va fatto capire che i ragazzi vanno “buttati dentro”. E poco importa se si incappa in qualche sconfitta. Sono assolutamente contrario ma non perché a un allenatore conviene avere tutti atleti esperti; semplicemente perché se il ragazzo è bravo e ha qualità va in campo senza se e senza ma. Infatti una volta fuori dagli obblighi degli under, se tutto va bene i giovani scendono di una o due categorie. E allora si crea una marea di ragazzi frustrati. I portieri sono quelli che pagano più di tutti queste conseguenze».
Il futuro personale di Ivan Faustino dopo le tante esperienze tra Casal di Principe, Rione Terra, San Vito Positano, Montecalcio e soprattutto dopo il vivaio del Napoli.
«Bisognerebbe aprire un discorso ampio. Un addetto ai lavori qualche mese fa mi chiese come mai io sia fuori dal giro dopo un miracolo sportivo alla guida del Rione Terra pochi anni fa. E poi c’è gente che costruisce intere carriere con mezzo campionato vinto o con i play-off. Ma è una domanda a cui non so ancora rispondere. Due anni fa ho dovuto fermarmi per qualche mese per un problema di salute poi risolto. Ma purtroppo non si riesce a risalire su una giostra che in realtà sembra riservata a un determinato range di colleghi. Alle volte ti fanno sentire anche un po’ “datato” ma, pur non essendo più giovanissimo, non credo di essere vecchio o superato per questo ruolo, visto che mi aggiorno di continuo. Penso di aver dimostrato di poter restare in queste categorie ma evidentemente non basta più. Forse un mio limite è che non mi svendo perché credo che la dignità non abbia prezzo. Resto in attesa con grande voglia; sono consapevole che siamo in tanti ma ormai sembra un circolo chiuso. Spero di trovare un presidente e un direttore sportivo che mi dia l’occasione di dimostrare il mio valore perché solo sul campo si può essere giudicati».
